Come rispettano le regole i tedeschi…

 
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Dieci anni fa la Germania intraprese un ambizioso progetto che avrebbe dovuto portarla ad abbandonare il carbone – e le centrali nucleari – come principale fonte di produzione energetica per passare alle fonti di energia rinnovabile. Il progetto fu chiamato “Energiewende” (inversione di energia) e procurò ad Angela Merkel il soprannome di “cancelliera del clima”. Le cose però non sono andate come sperato e promesso: nonostante da allora il governo tedesco abbia speso più di 500 miliardi di euro per convertire il sistema energetico del paese, oggi la Germania dipende ancora dal carbone per produrre un quarto della sua energia e non sembra che le cose cambieranno a breve.

Nel 2007 il governo disse che le emissioni di anidride carbonica (CO2) in Germania sarebbero scese al 40 per cento dei valori del 1990 entro il 2020 e Angela Merkel – da ministro dell’Ambiente prima e da cancelliera poi – ha più volte fatto pressione perché a livello europeo e internazionale venissero stabiliti standard elevati per la protezione ambientale. Peccato che in Germania siano attive, al momento, quasi 150 centrali a carbone (sono appena otto in Italia) e nessuno tra Cdue Spd  abbia ancora proposto un piano per chiudere almeno quelle che ancora bruciano lignite, il carbone peggiore, che emette un terzo di CO2 in più dell’antracite e tre volte in più del gas naturale.

Vale la pena fare alcuni rilievi sui singoli paesi. La Germania risulta la nazione europea che in valori assoluti inquina di più (760 milioni di tonnellate di CO2 emesse, +2% rispetto al 2012), seguita da Regno Unito (455 milioni di tonnellate, -2,4% rispetto al 2012), Francia (345 milioni +0,6%) e Italia (341,5 milioni di tonnellate, 24 mila tonnellate in meno rispetto al 2012 pari a una riduzione del -6,6%).

L’anno scorso le emissioni sono calate in 22 stati membri tranne in Danimarca +6,6%, Estonia +4,4%, Portogallo +3,6%, Germania +2%, Francia 0,6% e Polonia 0,3%.

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